UMBRORUM DRACO, le viverne palustri del ternano

di Giosuè Tacconi

La figura del drago è presente in tutte le civiltà antiche, non è solo una creatura legata alle leggende medioevali. Tuttavia nel Medioevo Italiano, in particolar modo nella bassa Umbria, con speciale prevalenza nel ternano, abbiamo una ricchezza invidiabile di leggende sui draghi (nel novero delle specie palustri). Tramite racconti assistiamo, invero, all’estinzione di draghi per opera di coraggiosi cavalieri (vedi il nobile del casato Cittadini di Terni), anche di papi (San Silvestro che uccide il drago di Fornole di Amelia) o anche di monaci eremiti (vedi San Felice e Mauro a Sant’Anatolia di Narco), ecc.
Il Medioevo è popolato di Draghi e Castelli. A questo proposito è interessante notare che l’Umbria – definita nel Medioevo e Rinascimento la Regio Castigliorum (regione dei castelli) per il gran numero di castelli, rocche e fortezze che si trovano nel territorio – presenta una varietà di draghi che per tipologia sono affini ad alcune altre regioni d’Europa. La sola provincia di Terni vanta ben 3 leggende legate a draghi delle paludi e due di queste son collegate al fiume Nera, 4 se consideriamo tra la specie draconis il regolo, variante italiana del basilisco, ambo le parole (basilisco e regolo) hanno lo stesso significato: re dei serpenti.

SANTI FELICE E MAURO, E IL DRAGO DI VALLO DI NERA

Altorilievo, Castel San Felice - Sant'Anatolia di Narco, 1194

Felice e Mauro erano due monaci eremiti che, partiti insieme ad altri 298 compagni da Cesarea e Laodicea di Siria, giunsero nel V secolo a Roma per chiedere udienza al Papa, ricevere la conferma del loro credo e l’approvazione della loro condotta di vita. Quest’ultimo li indirizzò verso quelle zone interne dell’Umbria che non erano state ancora raggiunte dalla cristianizzazione e dall’evangelizzazione, la cui diffusione era avvenuta principalmente lungo le vie consolari, nelle quali sopravvivevano ancora le antiche religioni pagane. 

Questi uomini si dispersero un po’ ovunque in tutta la Sabina e l’Umbria, concentrandosi soprattutto presso Monteluco di Spoleto, un monte sacro fin dall’antichità, e in Valnerina, ambiente ideale per la loro condotta di vita grazie al suo naturale isolamento. Gli eremiti per condurre una vita ascetica e di preghiera necessitano di due cose essenziali: un riparo naturale, generalmente una grotta, e una sorgente di acqua pura, due elementi di cui il territorio della Valnerina è ricco. Mauro, il figlio Felice e la nutrice di quest’ultimo, trovarono riparo nella grotta sottostante l’attuale abbazia di Castel San Felice, edificata da S. Mauro stesso dopo la morte del figlio con l’aiuto delle elemosine. Mauro diede vita così a un complesso abbaziale che raccoglieva numerosi monaci, da cui fu fatto abate, i quali iniziarono a seguire la regola benedettina.

L’aspetto più affascinante della storia è senza dubbio la leggenda del drago.

Si narra che i due santi sconfissero il drago che infestava il luogo, ricco di acquitrini a valle “il drago infernale che cerca sempre la nostra rovina”, descritto nelle fattezze come “’na specie de papera: un grossu paperone co’ la coda rintorta” (corrispondente all’esatta descrizione dell’iconografia antica del drago di Terni e di altri membri della stessa specie in giro per l’Italia e l’Umbria). I più scettici e moderni illuministi interpretano il fatto come un mito fantastico, una fiaba, ma sappiamo che tutte le leggende hanno un fondo di verità e che la terra ci ha consegnato copiose quantità di scheletri di creature preistoriche e di rettili estinti di grandi dimensioni.

Quindi c’è chi, non solo fra i più scientisti e positivisti, ma anche fra i più temerari esponenti del mondo della spiritualità ha osato affermare, senza riscontro e avallo scientifico alcuno, che l’uccisione del drago è molto probabilmente una metafora simbolica legata all’opera di bonifica compiuta dai monaci siriani lungo tutta la valle del fiume Nera che, con le sue esondazioni, trasformava i campi in paludi, che diventavano veicolo di malattie come la peste, la malaria o lo scorbuto.

Ovviamente va da se che malaria – anticamente chiamata, e non a caso diremmo: “morbus draconis” – l’acquitrino e il drago non si escludono a vicenda; una verità, in questo caso, non esclude l’altra. Non è quindi più azzardato e temerario affermare che – alla luce non solo dei numerosissimi reperti archeologici scientifici riportati alla luce, come precedentemente citato, e delle leggende umane spesso associate a fatti realmente accaduti e tramandati di generazione in generazione – che la preferenza e l’annidamento di ancestrali creature (rettili?) fra habitat di tipo palustre, si guardi anche a casi come la leggenda del drago di Terni, in cui addirittura la creatura ha un nome proprio, Thyrus, oppure come quella che infestava il territorio lodigiano, sempre nel Medioevo, di nome Tarantasio, sguazzassero nelle paludi.

Nella leggenda è possibile rintracciare un accenno a queste malattie e ai loro rimedi. Lo stesso Mauro, prima di compiere la miracolosa uccisione del drago, pregò la balia di preparargli un pasto a base di cavoli cotti, pianta ricca di vitamina C, che possiede quindi effetti antiscorbutici. Il racconto di come Felice e Mauro siano riusciti a uccidere il drago costituisce la parte centrale della vicenda, così importante da essere riportata anche nel bassorilievo della chiesa. Si noti che nelle chiese antiche, non sono mai rappresentati fatti di fantasia, ma sempre fatti storici e reali concernenti sia verità di fede, quali i Novissimi che fatti storici legati a santi e sante e personaggi reali dell’antico testamento. Il drago, che si trovava nella grotta in cui viveva, venne attirato da Felice con dei pezzettini di pane. Mauro lo attendeva con l’ascia in mano e, appena questo mise fuori la testa per mangiare, la testa del drago rotolò nel Fiume Nera.

SER CITTADINI E THYRUS, IL GRANDE DRAGO DI TERNI

Scultura del Thyrus, palazzo Spada, Terni, 1300 circa

Sullo stemma della città di Terni è rappresentata la figura di un drago, chiamato con il nome proprio di Thyrus. Il motivo di tale raffigurazione deriva da una leggenda che gli storici ternani antichi e moderni descrivono così:

Una leggenda, che deve riferirsi alle origini della città medievale,

ricostruita sulle rovine di quella umbra e poi romana. Si narra infatti che un tempo un mostro orribile, una specie di drago o serpente alato dimorasse nei terreni paludosi presso la località chiamata «La Chiusa» (località poco fuori la città a quasi un tiro di balestra dalle mura). Gli abitanti morivano soffocati dall’alito pestifero che sprigionava il mostro. Allora un giovane e animoso cavaliere, della nobile famiglia di origine germanica dei Cittadini, armatosi, andò incontro alla bestia ch’era nascosta tra la vegetazione palustre, e, scovatala, dopo un’aspra lotta la uccise, liberando da morte i poveri cittadini. In ricordo di tale avvenimento si dice che Terni abbia voluto porre la chimera verde nel suo blasone.  

Leggende di questo tipo erano molti diffuse nell’Umbria specialmente nelle zone dove i corsi d’acqua, trovando degli impedimenti, ristagnavano formando delle zone paludose. In tempi remoti il territorio ternano era infatti caratterizzato da queste zone paludose formate dal fiume Nera, dal fiume Velino e dal torrente Serra. Il fiume Velino, trovando un impedimento nella zona delle Marmore tendeva a formare una vastissima zona paludosa che arrivava fino a Rieti. Il fiume Nera trovava due ostacoli: uno nei pressi di Papigno e uno verso le gole di Narni; in questo modo sia la Val Nerina, da Ferentillo fino a Collestatte, sia la valle ternana, erano caratterizzate da zone paludose. Il ristagno di acqua e la formazione di acquitrini causavano la nascita e il diffondersi della malaria, malattia che nei tempi antichi faceva più vittime di un attacco dei barbari. Questo fatto leggendario dette origine al motto: «Thirus et Amnis Dederunt Signa Teramnis» ossia:   «Il Tiro e il fiume diedero le insegne a Terni.»

SAN SILVESTRO PAPA E IL DRAGO DI FORNOLE DI AMELIA

Bassorilievo, Chiesa di S. Tommaso, Terni sec. XIII

Nel monte S. Silvestro, vicino il piccolo castello amerino di Fornole (in bassa Umbria), è situata una piccola chiesetta romanica, con un affresco del Santo che ha incatenato il drago.

La leggenda narra che da queste parti imperversava un drago

che mieteva vittime e paura nelle campagne e nel paese di Fornole a volte anche tra i bambini e animali. Allora San Silvestro papa, trovandosi in Umbria, venuto a sapere della questione si avviò verso Fornole di Amelia. San Silvestro riuscì a incatenare il drago: fu così che gli abitanti gli dedicarono la chiesa che esiste ancora oggi. Inoltre proprio sotto la chiesa di S.Silvestro è presente la “grotta del drago”.

Riferimenti

Autore

Giosuè Tacconi

Bibliografia

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